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Serena Mafia,
Sradicherei l’albero intero.
Roma, Lepisma Edizioni,
2006, pp. 96, euro 9,00
Nei tuoi occhi c’è la
solitudine e l’arsura del Meridione. Sul tuo volto la conoscenza del dolore.
Nella tua immagine, catturata per sempre dallo scatto di una fotografia, c’è
la forza e la determinazione sanguigna delle coriacee donne del Sud che
assorbono, vivendolo, ogni istante carico di millenni sulla propria pelle
per mai dimenticarlo.
Questo è mia cara Serena,
poetessa posseduta dallo spirito dell’Arte, quello che la tua foto nella
quarta di copertina della tua bella e originale raccolta poetica
Sradicherei l’albero intero, mi ha spinto a scriverti ancor prima di
leggerti. Da quella foto emerge infatti intera e svelata la fucina della tua
vulcanica creatività. Come novella Eva hai fame di conoscenza, ma il tuo è
un percorso ab origine. Non solo il tuo infrangere il divieto
biblico, e con esso ogni regola e convenzione, significa andare oltre il
mondo conosciuto di là dalle Colonne d’Ercole, attraverso il mare, elemento
ricorrente e determinante nella tua poesia; ma anche andare oltre quello
sconosciuto “di retro al sol” che è il mondo dell’aria, dell’invisibile,
della spiritualità, quello a cui ti elevi quando fuggi da un mondo che non
condividi. Così l’incipit negativo della prima poesia, assume una valenza
mistica, catartica e diviene allo stesso tempo audace atto di sfida più con
te stessa che con Dio, la cui esistenza non è mai negata. La negazione è
semmai tutta umana nel rifiuto di un mondo troppo piccolo, troppo diverso
dai tuoi orizzonti che si aprono all’Infinito. Ne deriva un senso di
soffocamento, di chiusura che reprime il tuo essere. Diventi così Ariel, lo
shakespeariano spirito dell’aria che col canto governa gli elementi e dirige
il fato, accarezzando le vite degli uomini. Sì la tua silloge è come un
romance shakespeariano e tu sei di volta in volta pianta, pesce, donna
d’aria, calore di sole, luce ed ombra, latte e miele, zucchero e sale, “un
carro di spine che avanza sulla strada perpetua”. Così i temi che affronti,
la conoscenza, la libertà, la morte, la vita, l’amore, l’alienazione
tecnologica, la gioia, il dolore e il sogno, diventano visioni blakiane di
mondi immaginari, paradossalmente più concreti di quello reale dal quale
fuggi. La tua fuga dal mondo è una fuga dal tempo, necessaria per fuggire da
quella parte di te che è nella “zona d’ombra”. Così le tue poesie variano
dall’ironicamente pungente aforisma wildiano, alla filastrocca, alla fabula,
all’idillio, regalandoci un compendio poetico assolutamente originale. La
versificazione basata sul particolare, sull’importanza del dettaglio, rende
il quotidiano, i suoi oggetti e i suoi gesti un qualcosa di raro e
irripetibile. I toni e i moduli espressivi sono permeati da una
consapevolezza ironica che rievoca oltre al già citato Wilde, la poesia dei
Crepuscolari, e in particolare quella di Gozzano, anche per un processo di
demitizzazione della funzione poetica. I moduli stilistici infatti,
apparentemente colloquiali e prosastici, sono in realtà raffinati e frutto
di una elaborazione lenta e meditata che non puo’ non suscitare una certa
empatia. Nella tua poesia avviene ciò che Montale dichiarò in riferimento
alla poesia di Gozzano, fai “scintille facendo cozzare l’aulico col
prosaico”. Inoltre la tua poesia assume anche, in qualche modo, un tono
futurista per l’uso della sintassi, la libertà delle parole e per quella
“Immaginazione senza fili” per cui, nell’assoluta libertà delle immagini le
parole sono slegate, senza fili conduttori sintattici, che ne fa derivare un
senso di simultaneità in virtù del quale esiste allo stesso tempo un
concetto temporale che abbraccia ogni tempo.
Elisa Caprarella
febbraio_2007_Noidonne
Il
mondo capovolto
"solo
bucando la realtà, entrando cioè dentro le cose nel loro rapporto con l’umano
attraverso l’occhio profondo e il cuore aperto del poeta, ci si può avvicinare
al mistero dell’esistenza e del divino"
A leggere le notizie
biografiche di Serena Maffìa sembra di trovarsi di fronte ad una enfant prodige:
nata nel 1979 è pittrice, giornalista, direttore responsabile della rivista di
poesia Polimnia; ha pubblicato “Ma che bella Compagnia” (Maria Pacini Fazzi,
2002), “Lezioni di Fotografia” (Lepisma, 2003), “La casa di gesso” (Croce,
2004), “Il ragazzo di vetro” (Maria Pacini Fazzi, 2005), “Il giardino del mago”
(Lepisma, 2005) e “Sradicherei l’albero intero” (Lepisma 2006). A soli ventisei
anni è Premio della Cultura Italiana del Consiglio dei Ministri. Eppure a
guardare questa giovane artista negli occhi colpisce la semplicità e il riserbo,
ormai così rari in un ambiente culturale e artistico che ha ceduto alle lusinghe
dell’immagine, all’arroganza del voler apparire ad ogni costo. Serena Maffìa,
così restia a parlare di sé e a farsi pubblicità, affronta l’arte con il pudore
di chi si accosta a un oggetto prezioso per la cui cura ci vuole un silenzioso e
lungo tirocinio. Non c’è alcun dubbio che tale approccio paziente le abbia
assicurato una scrittura personale, uno stile che si avvia veloce ad una
maturità poetica in grado di colpire e fare scuola.
Serena Maffìa imposta la sua poesia in forma dialogica, adottando una lingua
piana e colloquiale; non scende mai nel minimalismo ma ripulisce il linguaggio
rendendolo solare, cristallino, bello in quanto semplice e poeticamente
efficace. Esso si stende sulla pagina in testi che paiono brevi pièces teatrali
e nei quali la poetessa dialoga con gli altri personaggi, con il lettore, con
gli oggetti del quotidiano e con la natura che si animano in una dimensione che
ricorda la fiaba. Nella prefazione a “Sradicherei l’albero intero” Vera Franci
Riggio scrive: “Nella scrittura di questa autrice il motivo delle fiabe è
centrale, determinante e chiarificatore nel suo valore simbolico. La fiaba è un
modo per teatralizzare la vita e, oggettivandola in un modo fantastico, meglio
capirne le dinamiche segrete e spesso crudeli. Ecco allora nelle sue pagine
affacciarsi ripetutamente, anche se non esplicitamente: maghi, fate, streghe e
sirene; ma soprattutto Alice […].” Il mondo di Serena Maffìa è un mondo
capovolto come quello di Alice dentro lo specchio: solo bucando la realtà,
entrando cioè dentro le cose nel loro rapporto con l’umano attraverso l’occhio
profondo e il cuore aperto del poeta, ci si può avvicinare al mistero
dell’esistenza e del divino. Ecco perché la poetessa, trovandosi al posto
dell’Eva biblica, non si accontenterebbe di mordere la mela ma vorrebbe
sradicare e mangiarsi l’albero intero, capire cioè da dove viene la linfa della
vita e dove arrivano le radici misteriose dell’amore e del dolore, “avara delle
radici di Adamo/ complice il mio respiro”. Serena Maffìa impasta la scrittura
oltre che con il teatro anche con la pittura: ne vengono fuori delle immagini
colorate, azzurre e rosse, dai toni fiabeschi come la pittura di Chagall o
dall’atmosfera rarefatta e immobile come certi quadri di De Chirico. In esse le
parole assumono il valore di pennellate, la poetessa lavora sulle sillabe, sui
suoni delle singole lettere per ampliare lo spettro del cromatismo. Ne viene
fuori un gesto preciso, netto, dove il cielo è “una battaglia di spatolate blu”
e dove il sole, il mare e il vento giocano a rincorrersi dentro la parola
poetica.
Luca Benassi
Serena Maffia,
Sradicherei l'albero intero,
Lepisma Edizioni 2006, euro
9,00


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