LEPISMA POETI Serena Maffia

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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 Serena Maffìa è nata in Calabria nel 1979. Ha pubblicato: Ma che bella compagnia (Lucca 2002), Lezioni di fotografia (Roma 2003), La casa di gesso (Roma 2004), Il Giardino del mago (Roma 2005), Il ragazzo di vetro (Lucca 2005), Sradicherei l’albero intero (Roma 2006), Mostropoeta (Roma 2007).

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Serena Mafia, Sradicherei l’albero intero. Roma, Lepisma Edizioni, 2006, pp. 96, euro 9,00

Nei tuoi occhi c’è la solitudine e l’arsura del Meridione. Sul tuo volto la conoscenza del dolore. Nella tua immagine, catturata per sempre dallo scatto di una fotografia, c’è la forza e la determinazione sanguigna delle coriacee donne del Sud che assorbono, vivendolo, ogni istante carico di millenni sulla propria pelle per mai dimenticarlo.

Questo è mia cara Serena, poetessa posseduta dallo spirito dell’Arte, quello che la tua foto nella quarta di copertina della tua bella e originale raccolta poetica Sradicherei l’albero intero, mi ha spinto a scriverti ancor prima di leggerti. Da quella foto emerge infatti intera e svelata la fucina della tua vulcanica creatività. Come novella Eva hai fame di conoscenza, ma il tuo è un percorso ab origine. Non solo il tuo infrangere il divieto biblico, e con esso ogni regola e convenzione, significa andare oltre il mondo conosciuto di là dalle Colonne d’Ercole, attraverso il mare, elemento ricorrente e determinante nella tua poesia; ma anche andare oltre quello sconosciuto “di retro al sol” che è il mondo dell’aria, dell’invisibile, della spiritualità, quello a cui ti elevi quando fuggi da un mondo che non condividi. Così l’incipit negativo della prima poesia, assume una valenza mistica, catartica e diviene allo stesso tempo audace atto di sfida più con te stessa che con Dio, la cui esistenza non è mai negata. La negazione è semmai tutta umana nel rifiuto di un mondo troppo piccolo, troppo diverso dai tuoi orizzonti che si aprono all’Infinito. Ne deriva un senso di soffocamento, di chiusura che reprime il tuo essere. Diventi così Ariel, lo shakespeariano spirito dell’aria che col canto governa gli elementi e dirige il fato, accarezzando le vite degli uomini. Sì la tua silloge è come un romance shakespeariano e tu sei di volta in volta pianta, pesce, donna d’aria, calore di sole, luce ed ombra, latte e miele, zucchero e sale, “un carro di spine che avanza sulla strada perpetua”. Così i temi che affronti, la conoscenza, la libertà, la morte, la vita, l’amore, l’alienazione tecnologica, la gioia, il dolore e il sogno, diventano visioni blakiane di mondi immaginari, paradossalmente più concreti di quello reale dal quale fuggi. La tua fuga dal mondo è una fuga dal tempo, necessaria per fuggire da quella parte di te che è nella “zona d’ombra”. Così le tue poesie variano dall’ironicamente pungente aforisma wildiano, alla filastrocca, alla fabula, all’idillio, regalandoci un compendio poetico assolutamente originale. La versificazione basata sul  particolare, sull’importanza del dettaglio, rende il quotidiano, i suoi oggetti e i suoi gesti un qualcosa di raro e irripetibile. I toni e i moduli espressivi sono permeati da una consapevolezza ironica che rievoca oltre al già citato Wilde, la poesia dei Crepuscolari, e in particolare quella di Gozzano, anche per un processo di demitizzazione della funzione poetica. I moduli stilistici infatti, apparentemente colloquiali e prosastici, sono in realtà raffinati e frutto di una elaborazione lenta e meditata che non puo’ non suscitare una certa empatia. Nella tua poesia avviene ciò che Montale dichiarò in riferimento alla poesia di Gozzano, fai “scintille facendo cozzare l’aulico col prosaico”. Inoltre la tua poesia assume anche, in qualche modo, un tono futurista per l’uso della sintassi, la libertà delle parole e per quella “Immaginazione senza fili” per cui, nell’assoluta libertà delle immagini le parole sono slegate, senza fili conduttori sintattici, che ne fa derivare un senso di simultaneità in virtù del quale esiste allo stesso tempo un concetto temporale che abbraccia ogni tempo.

Elisa Caprarella


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Il mondo capovolto
"solo bucando la realtà, entrando cioè dentro le cose nel loro rapporto con l’umano attraverso l’occhio profondo e il cuore aperto del poeta, ci si può avvicinare al mistero dell’esistenza e del divino"

A leggere le notizie biografiche di Serena Maffìa sembra di trovarsi di fronte ad una enfant prodige: nata nel 1979 è pittrice, giornalista, direttore responsabile della rivista di poesia Polimnia; ha pubblicato “Ma che bella Compagnia” (Maria Pacini Fazzi, 2002), “Lezioni di Fotografia” (Lepisma, 2003), “La casa di gesso” (Croce, 2004), “Il ragazzo di vetro” (Maria Pacini Fazzi, 2005), “Il giardino del mago” (Lepisma, 2005) e “Sradicherei l’albero intero” (Lepisma 2006). A soli ventisei anni è Premio della Cultura Italiana del Consiglio dei Ministri. Eppure a guardare questa giovane artista negli occhi colpisce la semplicità e il riserbo, ormai così rari in un ambiente culturale e artistico che ha ceduto alle lusinghe dell’immagine, all’arroganza del voler apparire ad ogni costo. Serena Maffìa, così restia a parlare di sé e a farsi pubblicità, affronta l’arte con il pudore di chi si accosta a un oggetto prezioso per la cui cura ci vuole un silenzioso e lungo tirocinio. Non c’è alcun dubbio che tale approccio paziente le abbia assicurato una scrittura personale, uno stile che si avvia veloce ad una maturità poetica in grado di colpire e fare scuola.
Serena Maffìa imposta la sua poesia in forma dialogica, adottando una lingua piana e colloquiale; non scende mai nel minimalismo ma ripulisce il linguaggio rendendolo solare, cristallino, bello in quanto semplice e poeticamente efficace. Esso si stende sulla pagina in testi che paiono brevi pièces teatrali e nei quali la poetessa dialoga con gli altri personaggi, con il lettore, con gli oggetti del quotidiano e con la natura che si animano in una dimensione che ricorda la fiaba. Nella prefazione a “Sradicherei l’albero intero” Vera Franci Riggio scrive: “Nella scrittura di questa autrice il motivo delle fiabe è centrale, determinante e chiarificatore nel suo valore simbolico. La fiaba è un modo per teatralizzare la vita e, oggettivandola in un modo fantastico, meglio capirne le dinamiche segrete e spesso crudeli. Ecco allora nelle sue pagine affacciarsi ripetutamente, anche se non esplicitamente: maghi, fate, streghe e sirene; ma soprattutto Alice […].” Il mondo di Serena Maffìa è un mondo capovolto come quello di Alice dentro lo specchio: solo bucando la realtà, entrando cioè dentro le cose nel loro rapporto con l’umano attraverso l’occhio profondo e il cuore aperto del poeta, ci si può avvicinare al mistero dell’esistenza e del divino. Ecco perché la poetessa, trovandosi al posto dell’Eva biblica, non si accontenterebbe di mordere la mela ma vorrebbe sradicare e mangiarsi l’albero intero, capire cioè da dove viene la linfa della vita e dove arrivano le radici misteriose dell’amore e del dolore, “avara delle radici di Adamo/ complice il mio respiro”. Serena Maffìa impasta la scrittura oltre che con il teatro anche con la pittura: ne vengono fuori delle immagini colorate, azzurre e rosse, dai toni fiabeschi come la pittura di Chagall o dall’atmosfera rarefatta e immobile come certi quadri di De Chirico. In esse le parole assumono il valore di pennellate, la poetessa lavora sulle sillabe, sui suoni delle singole lettere per ampliare lo spettro del cromatismo. Ne viene fuori un gesto preciso, netto, dove il cielo è “una battaglia di spatolate blu” e dove il sole, il mare e il vento giocano a rincorrersi dentro la parola poetica.

Luca Benassi


Serena Maffia, Sradicherei l'albero intero, Lepisma Edizioni 2006, euro 9,00


 
 
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