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Gennaio LETTERINA AD ALICE Chissà se posso paragonarti alle nubi e ad altre cose vaganti, so che mi fa crescere amarti, so che detterai i nuovi canti.
Febbraio UONG Sei arrivata silenziosa vestita di un sorriso radioso che illuminava quel tetro, anonimo studio radiofonico. Fremevi nella tua fragilità, inquieta fingevi di ascoltare e di capire stupefatta di tante attenzioni. I tuoi pungenti piccoli occhi penetravano nervosi e perplessi. Le tue orecchie si protendevano per percepire suoni e segnali estranei e forse ostili. Come farti capire esile fanciulla di un pianeta così diverso e lontano, al di là delle parole tradotte e declamate? Ho cercato di leggere nei tuoi occhi d’inchiostro gli orrori della tua terra: i genitori straziati e uccisi, i bambini torturati, le donne violentate, i volti della fame, delle malattie, del dolore infinito, inarrestabile. Ho visto solo luce nel tuo volto di cera. Hai anche sorriso quando ho parlato della difficoltà di essere normale in un mondo di mostri. Il tuo sorriso come bandiera, come speranza per sconfiggere i demoni, sempre presenti. Quei demoni che, in nome di un Dio anche terreno, rinnovano eccidi e offese sull’uomo. Ancora oggi. Novembre DONNA Il primo giorno fui bambina le mie radici più lunghe dei capelli gli occhi di bragia e di miele, profana presi l’alveare dalle mani di Dio e ne succhiai. Le api mi baciarono premurose ballai la danza dell’amore.
Il secondo giorno fui adolescente lasciavo ingenuità nel letto al mattino il sole mi scopriva il petto le ginocchia agili precedevano il passo fino a sera. La radura musicava assoli per i licheni aprivo il giardino dei problemi e sedevo al dondolo della quercia secolare.
Il terzo giorno fui ragazza con i capelli lunghi sulle spalle sotto, i baci di ragazzi belli che fremevano ai miei sguardi unta d’acqua santa, bagnata d’olio d’oliva.
Il quarto giorno fui già donna non amazzone, violetta al vento regina con l’elmo, del regno di farina e la forchetta lo scettro, signora dell’altrui casa.
Il quinto giorno mi fu astioso nella fortezza d’ASA temevo la fragilità della C ma ero madre e il Vesuvio avrebbe dovuto piangere perché cedessi a un’altra la mia CASA.
Il sesto giorno le rose allattavano i gatti, era uno sguardo di nonna tenerezza schiudeva fra le dita cospargevo il suolo di petali e gioivo delle aiuole del mio prato.
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